L’oggetto transizionale pugnalato e la nostra società che non sa più consolare.

Il punto di partenza di questo articolo è una conferenza tenuta nel 2009 da Donna Varga, docente di Childhood Studies presso la Mount Saint Vincent University di Halifax: “Teddy Bear Culture: Childhood Innocence and the Desire for Adult Redemption. Varga è una studiosa che si occupa di pedagogia, cultura dell’infanzia e narrazioni simboliche nei media e negli oggetti del quotidiano. Il suo intervento analizzava come il Teddy Bear, da semplice giocattolo, sia divenuto nel tempo un potente veicolo di proiezioni affettive e nostalgiche, rivelando il bisogno di redenzione e consolazione.

Cosa resta oggi del Teddy Bear? Chi l’ha ucciso davvero?

Prima di raccontare la polemica, che da giorni infiamma i media locali e nazionali dove molti si chiedono se questa sia davvero arte, se una rappresentazione così traumatizzante dovesse essere posizionata proprio all’uscita dell’autostrada ecc., è utile fare un passo indietro e osservare come, nella cultura occidentale del Novecento, due orsi siano diventati protagonisti di due narrazioni simboliche fondamentali. Da un lato il Teddy Bear, nato da un episodio avvenuto nel 1902 in Mississippi, dove il presidente Theodore Roosevelt (1858–1919) si era recato per arbitrare una disputa di confine tra Louisiana e Mississippi e, approfittando della trasferta, partecipò a una battuta di caccia organizzata da cacciatori locali. A guidarla fu Holt Collier (1848–1936), ex schiavo afroamericano, veterano della Guerra Civile Confederata (1861–1865), dove combatté nelle fila confederate come servitore e guida, in un Sud ancora profondamente segnato dalla subordinazione razziale. Dopo la guerra, la sua abilità nella caccia gli permise di guadagnarsi rispetto e notorietà in un mondo che non aveva ancora riconosciuto appieno la dignità degli ex schiavi. In questo silenzio imposto, c’è tutto il paradosso di Collier: artefice invisibile di una delle più potenti mitologie infantili del Novecento.

Collier conosceva a fondo le insidie, i percorsi nascosti e la natura selvaggia delle paludi del delta del Mississippi. Lui che aveva all’attivo più uccisioni di orsi di qualunque altro cacciatore del suo tempo, superando persino le leggende di Daniel Boone (1734–1820) e Davy Crockett (1786–1836), eroi del mito americano a cui fu intitolato il prestigioso “Boone and Crockett Club“, fondato dallo stesso Roosevelt per promuovere un’etica venatoria. Fu lui a inseguire e stremare l’orso dopo aver posizionato Roosevelt in un punto strategico, dove sapeva che l’animale sarebbe probabilmente passato. Riuscendo nel suo intento, di fatto l’orso passo proprio da quella posta, ma scoprì con frustrazione che il presidente se n’era andato, tornato al campo base. Collier, determinato a non perdere la preda, continuò l’inseguimento da solo e la raggiunse, riuscì ad impantanarla e poi tramortirla con il calcio del fucile.

L’animale fu legato a un albero e offerto a Roosevelt per il colpo finale. Roosevelt, fedele al codice etico del Boone and Crockett Club, si rifiutò di sparare all’animale in quelle condizioni e ordinò che venisse finito con un coltello, secondo una pratica considerata più onorevole. Tuttavia, l’uomo incaricato di eseguire l’ordine fu maldestro, prolungando l’agonia dell’orso. Fu infine lo stesso Collier a porre fine alle sofferenze dell’animale. Questa vicenda rivela una tensione più ampia tra la competenza concreta e incarnata di chi conosce e vive la natura — come Collier — e l’autorità simbolica del potere bianco rappresentato da Roosevelt, che con un solo gesto (l’abbandono della postazione) vanifica la regia invisibile dell’altro. Quel che seguirà — la nascita del Teddy Bear — sarà costruito non attorno alla maestria del cacciatore afroamericano, ma attorno alla compassione pubblica del presidente. Così, la mano che guida l’orso nell’agguato scompare dalla memoria collettiva, mentre si scolpisce la leggenda dell’uomo che non ha sparato.

Il gesto fu trasformato dal disegnatore Clifford Berryman (1869- 1949) in una celebre vignetta pubblicata sul Washington Post il 16 novembre 1902, intitolata “Drawing the Line in Mississippi“, dove l’orso divenne un cucciolo tenero, legato a un albero, con Roosevelt che rifiuta di sparargli. La scena, nella sua semplicità grafica, costruiva una narrazione eroica e compassionevole, mascherando la brutalità dell’evento reale sotto una patina di moralità. La vignetta ebbe un’immediata risonanza pubblica: fu riprodotta, discussa, reinterpretata, trasformando il gesto di Roosevelt in un simbolo nazionale. I giornali ne fecero una leggenda, e la nascita del “Teddy Bear” fu solo la prima conseguenza commerciale di un processo di mitizzazione collettiva. Da lì nacque il “Teddy Bear”, prima giocattolo e poi archetipo affettivo dell’infanzia americana. Ma sotto la pelliccia sintetica, restava un gesto ambiguo: un atto di violenza trasfigurato in compassione.

Dall’altro lato, Winnie-the-Pooh, che trae origine da un atto di amore reale e quotidiano. Nel 1914, il giovane veterinario militare canadese Harry Colebourn (1887-1947), arruolato nel Royal Canadian Army Veterinary Corps, si trovava in viaggio verso il fronte europeo. Durante una sosta alla stazione ferroviaria di White River, nell’Ontario, notò un cucciolo d’orso nero in vendita da un bracconiere. Lo acquistò per 20 dollari — l’equivalente di circa 370 euro attuali — e lo chiamò “Winnie” dal nome della città canadese di Winnipeg, dove Colebourn viveva e lavorava. Winnie divenne la mascotte non ufficiale della 2ª Brigata di fanteria canadese, seguendo Colebourn nei suoi spostamenti fino all’Inghilterra. Quando la brigata fu inviata al fronte in Francia, Colebourn affidò l’orso allo zoo di Londra, convinto che fosse il posto più sicuro per proteggerlo durante la guerra. È qui che Winnie divenne presto l’attrazione preferita dei bambini londinesi, e tra questi c’era il piccolo Christopher Robin Milne. Il piccolo Christopher si affezionò all’orso, che ispirò poi il padre A.A. Milne (1882-1956) nella creazione dell’universo narrativo di Pooh. Un mondo poetico e senza tempo, abitato da animali immaginari che rappresentano sfumature emotive dell’infanzia.

Entrambi gli orsi rappresentano un passaggio: dalla natura alla cultura, dal selvaggio al simbolico, dalla realtà alla fiaba. Ma mentre il Teddy Bear nasce da un evento pubblico e si privatizza (diventa giocattolo), Winnie nasce da un gesto privato e si universalizza (diventa racconto). Lì c’è la redenzione della violenza, qui la custodia e la tenerezza.

All’uscita dell’A12 (Versilia) c’è un orsacchiotto disteso a terra. Il corpo molle, di bronzo, non suggerisce più tenerezza, ma violenza. Una lama gli perfora il petto all’altezza del cuore. È la nuova scultura monumentale dell’artista americana Rachel Lee Hovnanian, installata nel comune di Pietrasanta con il titolo provocatorio: “Poor Teddy in Repose. Ed è già polemica. L’intento dell’artista è dichiarato: denunciare la morte dell’oggetto-feticcio dell’infanzia, il peluche, abbandonato e dimenticato sotto i letti, sacrificato sull’altare di una nuova religione digitale fatta di schermi, app e lucine blu. I bambini non dormono più con un orsetto, si addormentano stringendo uno dispositivo digitale.

Ma al di là dell’impatto visivo e della narrazione etica che l’artista propone, l’opera di Hononian solleva una questione ben più profonda, che merita di essere osservata alla luce delle teorie psicoanalitiche. In particolare, attraverso il concetto di “oggetto transizionale formulato da Donald Winnicott nel 1951 (Transitional Objects and Transitional Phenomena – A Study of the First Not-Me Possession).

Secondo Winnicott, l’oggetto transizionale è quel primo oggetto che il bambino elegge come ponte tra la simbiosi materna e l’autonomia dell’Io – spesso una copertina, un peluche, o appunto un orsetto. Non è un semplice gioco. È un talismano: assorbe l’odore della madre, trattiene le lacrime, è soggetto d’amore e di rabbia, ma non si vendica mai. Serve a costruire una zona neutra tra il mondo interno e quello esterno. “Non è l’oggetto in sé ad avere significato, ma il ruolo che assume nel momento in cui il bambino lo investe di affetti.

L’opera Poor Teddy in Repose allora non denuncia soltanto l’obsolescenza del peluche, ma è un requiem per l’immaginazione affettiva. La lama nel petto è simbolo di rottura culturale. Qualcosa si è spezzato. La società post-digitale ha progressivamente sostituito gli oggetti transizionali con strumenti di mediazione fredda, non affettiva.

Oggi il bambino non stringe più un oggetto che ha scelto, amato, investito affettivamente, ma un oggetto che gli viene assegnato, spesso per delega educativa o per surrogare una presenza. Sono gli oggetti transizionali 2.0, dispositivi nati per intrattenere ma incapaci di contenere. Lo smartphone, totalizzante e onnipresente, cattura lo sguardo ma non restituisce alcuna proiezione affettiva: non ha odore, non invecchia, non porta tracce di chi lo ha tenuto con sé. Non può essere amato, solo utilizzato. Il tablet mascherato da peluche, con le sue cover baby-proof, tenta di emulare il calore del peluche tradizionale, ma resta una macchina, un simulacro. Gli avatar interattivi, dai tamagotchi ai pupazzi digitali, rispondono a comandi, ma non sono scelti – sono prodotti, non eletti. Gli assistenti vocali – Alexa, Siri – conversano ma non consolano, non accolgono, non restituiscono. L’interazione è funzionale e mai affettiva. E infine i social-giocattolo: emoji, like e reel. Relazioni liquide, condivise, ma mai intime. Il bambino non vi si rifugia – vi si espone. Credo che in questa dimensione l’intimità non si costruisce ma si dissolve nella performance.

Questi oggetti non transizionano. Non traghettano l’essere verso l’autonomia emotiva. Non costruiscono rifugi. Sono freddi, replicabili e sempre aggiornabili.

La scultura Poor Teddy in Repose ci costringe allora a guardare un trauma che non è solo del bambino, ma dell’adulto: non sappiamo più consolare, perché non sappiamo più simbolizzare. Abbiamo scambiato la cura con la connessione, la presenza con la notifica.

Forse per questo l’opera ci urta, ci inquieta. Perché parla di noi. Dell’adulto che non ha più il proprio orsetto, e per questo non sa riconoscere il dolore di chi lo ha perduto.

E allora quella lama nel petto non è solo un gesto artistico. È una diagnosi!

Un mondo che non custodisce più i suoi oggetti transizionali è un mondo che ha smesso di crescere.